Se ti chiedessi di pensare alla funzione che svolgono le parole, qual è la prima immagine che attraverserebbe la tua mente? Perché le parole ne fanno tante di cose ma la più importante rimane quella di tenerci in relazione con le altre persone attraverso un lessico che riconosca tutte le caratteristiche umane con il fine di valorizzare la varietà.

Nonostante l’impegno nel ripetere che le parole non sono neutre, quando approcciamo la scrittura o l’oralità emerge la scarsa consapevolezza verso il potere del linguaggio e la sua capacità di influenzare le nostre relazioni rispetto al modo in cui lo usiamo. Se ci interessa proteggere e coltivare quei legami indipendentemente da aspetto, provenienza, religione, genere, età, ecc. dovremmo lavorare sulla possibilità di esprimerci in modo più ampio possibile.

Una relazione coltivata nell’estensione del linguaggio crescerà paritaria, libera dalle espressioni di potere che hanno l’obiettivo di indicare gerarchie, rendere invisibile e discriminare l’altra persona; un legame paritario e rispettoso, può ambire a maturare in buona salute e per come stanno andando le nostre conversazioni in rete, ma anche nei luoghi di lavoro, ne abbiamo un gran bisogno.

Per raggiungere l’obiettivo, però, dobbiamo conoscere le parole che discriminano e capire il motivo per cui non sono più adeguate alle esigenze della società contemporanea, partendo dal presupposto che dove c’è vita tutto è in continuo mutamento, linguaggio compreso; sono evoluzioni innescate dalla necessità di maggiore equità e rappresentazione, bisogni reali che non hanno nulla a che fare con trend momentanei o con il politically correct.

Definizione di linguaggio discriminatorio

Il linguaggio esclude quando rende invisibile, marginalizza, discrimina una persona o un gruppo sociale in base a caratteristiche come il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere, l’età, l’etnia, la disabilità, la religione, la classe sociale o la provenienza geografica.

Sono un insieme di forme espressive sottili, automatiche e talmente normalizzate da sembrarci corrette; le trovi nel modulo da compilare che chiede il nome del padre di famiglia, nell’offerta di lavoro riservata a un candidato giovane e dinamico, o nella riunione in cui il contributo di una donna viene ignorato per poi essere applaudito quando è un uomo a proporlo.

È un lessico che nasce nei pensieri espressi parlando in  pubblico o in privato, nella scrittura amatoriale e professionale, nella scelta di immagini e simboli; sono le nostre radici, coltivate in un terreno culturale che non ha più gli strumenti per decodificare la complessità in cui viviamo e la richiesta di rappresentazione proveniente da chi non riusciamo mai a vedere e rappresentare attraverso le parole e a cui chiediamo di accontentarsi di vivere nell’ombra.

Volendo usare poche parole, il linguaggio discriminatorio è un esercizio di potere, un’assimetria messa in atto da parte di alcune persone verso altre, considerate inferiori che, in qualche modo, sono in una posizione di svantaggio.

Manifestanti pacifici di fronte alla polizia schierata e armata, una rappresentazione di assimmetria del potere.

Le molteplici forme di marginalizzazione lessicale

Entriamo nello specifico per guardare da vicino le varie formule normalizzate con cui offendiamo intere categorie di persone relegandole ai margini del discorso, una posizione molto simile a quella che occupano all’interno della struttura sociale che, oltre a non nominarle, non riesce a comprendere i loro bisogni. Con il linguaggio ampio, invece, accendiamo un faro su persone e situazioni che richiedono ascolto, attenzione politica e sociale per realizzare il riconoscimento di tutti i loro diritti.

Il linguaggio sessista

Un manifestante tiene in mano un cartello con scritto: Real men are feminists.

Quando all’interno di un testo o di un discorso orale viene utilizzato il maschile come genere universale il linguaggio si definisce sessista, quel modo di esprimersi storicamente incapace di rappresentare le donne, le persone con disabilità e le identità LGBTQIA+, dove il maschile sovraesteso si accompagna a una serie di espressioni che chiudono il perimetro del nostro linguaggio.

Una caratteristica di questo modo di esprimersi è l’uso di diminuitivi e formule infantilizzanti esercitate dall’alto di una qualche forma di potere/privilegio, un lessico tipico di molti luoghi di lavoro e di un certo tipo di relazioni affettive.

Chi sceglie di esprimersi così, di solito, sviluppa anche un’avversione naturale ai femminili professionali  avvocata, ingegnera, ministra, architetta, sindata, ecc. , ruoli considerati meno autorevoli se declinati al femminile, in sfregio anche alla grammatica che, invece, li prevede dalla notte dei tempi.

È sessista chiamare una donna solo con il nome proprio, omettendo il cognome e il titolo professionale, infliggendo una riduzione della sua identità e creando disagio in contesti lavorativi che richiederebbero serenità e concentrazione.

Ci fa bene ricordare che sono madalità riservate alle donne anche quando lavorano in coppia con un collega al quale non  si fa mai mancare la rappresentazione personale e professionale, rendendo visibile lo squilibrio di trattamento tra le due persone.

Un altro esempio plastico di sessismo lo troviamo nel termine signorina  usato per evidenziare lo stato civile di una donna non sposata e separarla da quelle sposate (le signore), rimarcando quello che un tempo (ma forse anche oggi) era uno stigma.

Che una donna sia o meno sposata è qualcosa che deve riguardare solo lei: hai mai sentito utilizzare il termine signorino per rivolgersi a un uomo non sposato?

No, perché quando è un uomo a essere celibe la società non è uno stigma, anzi, spesso viene considerato un vantaggio che stimola apprezzamento e aumenta il valore riservato alla persona. La verità è che dagli anni ’70 del ‘900 in poi non ce ne importa più nulla dei fatti privati sentimentali delle persone. Oppure no?

Il linguaggio abilista

L’abilismo identifica la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità considerate inferiori rispetto a tutte le altre. Il linguaggio manifesta abilismo quando utilizza le varie forme di disabilità per colpire una persona con una metafora negativa, ad esempio, indicando come ‘ritardata’ una persona che non comprende subito un concetto, oppure ‘sorda’ perché non ha sentito ciò che è stato detto.

Quando usiamo il nome di una disabilità per indicare qualcosa di vergognarsi, il linguaggio è abilista e, oltre a colpire chi abbiamo di fronte e normalizzare la disabilità come mancanza, offende tutte le persone che con quelle caratteristiche vivono la loro vita.

È abilista il linguaggio che spettacolarizza un’azione compiuta da una persona con disabilità, come se si trattasse di un’impresa eroica. Allo stesso modo, c’è abilismo se una persona con disabilità viene oggettificata come leva motivazionale per chi, senza disabilità, deve superare un momento di difficoltà: il tipico ‘se ce l’ha fatta lei puoi farlo anche tu’, un atteggiamento linguistico che Stella Young identificava come inspiration porn.

Una pratica particolarmente fastidiosa che svela come qualsiasi cosa anche la disabilità venga concepita al servizio del privilegio.

E ancora, c’è abilismo in quelle espressioni che riferendosi alle persone rappresentano solo la disabilità: cieca, sorda, disabile, affetta da autismo, ecc. Persona con disabilità, persona sorda o con autismo, invece, sono espressioni che mantengono l’attenzione sulla persona indicando la disabilità per quello che è, una caratteristica invece che un difetto.

Il linguaggio razzista e xenofobo

Sapevi che razzismo e xenofobia non sono la stessa cosa?

Il razzismo è lo stigma che vede come inferiori per caratteristiche fisiche, culturali e biologiche le persone di etnie differenti da quella bianca.

La xenofobia, invece, deriva dalla paura nei confronti di qualsiasi persona straniera, indipendentemente dal colore della pelle.

Il lessico che accompagna queste discriminazioni lo conosciamo fin troppo bene e da un po’ di tempo abbiamo capito che usare, ad esempio, il termine ‘negra’, per identificare una persona nera o afrodiscendente, è un insulto.

Esistono passaggi espressivi più sottili, insinuati tra le pieghe della nostra consapevolezza che ci spingono a chiedere conto delle proprie origini anche a una persona nera nata in italia, come se fosse il colore della sua pelle a renderla meno italiana.

Usare parole per ridurre le persone alla loro origine o per normalizzare gerarchie etniche è razzismo in purezza che ferisce profondamente chi lo riceve.

Molte persone hanno adottato l’espressione ‘persona di colore’: sì, ma di quale colore? Nel mondo esistono diverse sfumature e colori della pelle, quindi, pensare che questa espressione sia neutra quando rivolta alle persone nere, nasconde un pensiero razzista per cui solo il colore nero sia un’eccezione.

Persona nera, invece, è un’espressione sostenibile in quanto indica l’appartenenza a un gruppo sociale con una determinata caratteristica — il colore della pelle — che potrebbe valere per un altro gruppo sociale, ad esempio, quello delle persone bianche.

Il linguaggio ageista

Questa tipologia espressiva si muove su due direzioni: le persone più giovani e quelle di età adulta. È una discriminazione basata sull’età di chi essendo troppo giovane non riesce a farsi accreditare come autorevole, o di chi, in età adulta, diventa improvvisamente incapace di esprimere il proprio potenziale e adattarsi al cambiamento.

Usare formule che infantilizzano le persone più giovani e stimolano un senso di inadeguatezza in quelle di età adulta, ha un notevole impatto sulla psiche di chi riceve questi messaggi che stimolano la sindrome dell’impostore e incrinano pezzi importanti di autostima.

Sono espressioni normalizzate di cui sono pieni i testi delle offerte di lavoro, i social e le conversazioni più comuni.

Il linguaggio burocratico, legale, aziendale

Legalese, burocratese e aziendalese, le chiamiamo così quelle modalità espressive che non si fanno capire, ognuno per la sua area di riferimento, tutti accumunati dallo stesso linguaggio pesante, inadeguato alla maggioranza delle persone.

Il plain language — linguaggio chiaro e accessibile — nasce proprio per rimediare a un lessico che penalizza la comprensione di testi a volte anche molto importanti, come contratti, sentenze o istruzioni tecniche per il funzionamento di un prodotto.

Per molte persone risulta impossibile riuscire a comprendere quel tipo di linguaggio, quelle non addette ai lavori, chi ha un livello diverso di istruzione, o chi legge in una seconda lingua.

Nonostante qualche cambiamento sia stato fatto grazie all’adozione del plain language e alle regole di accessibilità, la navigazione sui siti della Pubblica Amministrazione, ad esempio, può risultare ancora complicata.

Di questo come delle discriminazioni linguistiche descritte fino a qui, parlerò in maniera più approfondita con una serie di articoli dedicati che, prossimamente, troverai collegati in questa pagina.

Il linguaggio ha il potere di cambiare il mondo

Persone disabili, razzializzate, bianche, insieme mentre si scattano una foto in un locale.

Lo so che può sembrare un’affermazione azzardata, ma da attivista non potrei avere un sentire differente, non a caso è l’headline dell’home page di questo sito. Oltre alla mia instancabile fiducia sul fatto che le parole possano cambiare il mondo, abbiamo anche qualche prova scientifica a mostrarci l’impatto che hanno le parole sul nostro cervello e quindi sulle azioni che ne conseguono.

Sapevi che le donne di fronte a offerte di lavoro scritte al maschile si candidano di meno?

Uno studio di Gaucher, Friesen e Kay pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, ha misurato l’effetto del linguaggio degli annunci di lavoro sulle candidature femminili. I risultati mostrano che gli annunci scritti usando un linguaggio prevalentemente declinato al maschile raccoglievano il 43% di candidate, contro il 49% di quelli scritti in modo più neutro o declinato al femminile. Una differenza del 6% che, su scala, vale migliaia di candidature perse e un effetto più sottile altrettanto preoccupante: le donne che trovavano certi annunci poco attraenti spesso non ne capivano il motivo e finivano per convincersi di non essere interessate a quel tipo di lavoro.

Per chi pratica lo scetticismo a oltranza, consiglio anche il recente studio di PNAS che conferma il lavoro di Gaucher, Friesen e Kay.

I bambini cresciuti con un linguaggio esteso sviluppano rappresentazioni mentali più aperte rispetto ai ruoli sociali, come ho raccontato, con il supporto di qualche nozione scientifica, in un episodio della mia newsletter dedicato al comportamento linguistico.

Dopo aver coltivato un rapporto morboso con le piattaforme social, dovremmo sapere che il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, la sua funzione è anche di costruirla. Per questo motivo modificare il linguaggio non è una scelta superficiale o di moda, come vorrebbero farci credere i movimenti conservatori.

Essendo la più antica tra le tecnologie, è fondamentale che si evolva seguendo i cambiamenti della società, quelli che arrivano dal basso come la richiesta di ampliare il linguaggio, arrivata dalla comunità LGBTQIA+, ormai diversi anni fa, e avversata dalle forze politiche di destra a livello internazionale.

Il linguaggio, infatti, è un atto politico nel senso più ampio del termine, perché riguarda chi ha il potere di definire e regolamentare, di nominare e, soprattutto, di escludere dal dibattito — e dai diritti — attraverso l’invisibilità verbale. Tutto quello che non riusciamo a nominare correttamente, non esiste.

Come dice Vera Gheno l’apertura del linguaggio, per alcune persone significa maggiore rappresentazione sociale e di accesso a diritti e giustizia. In questo senso, i cambiamento che sitamo proponendo, sono come semi che, gettati nel presente, in questo contesto storico così complesso, germoglieranno in un prossimo futuro più equo.

Il contesto italiano: perché è più difficile

Il dibattito sul linguaggio inclusivo in Italia viene spesso collegato a una presunta cultura woke di cui non si conosce l’origine.

Si tratta di un movimento sociale nato negli anni ‘30 del ‘900 all’interno della cultura afroamericana, per spingere le persone a non abbassare la guarda di fronte alle discriminazioni provocate dal razzismo e dalle ingiustizie sociali.

La parola woke, significa svegliarsi, tenere gli occhi aperti; il termine ha ripreso vigore con il movimento Black lives matter e, successivamente, ha raccolto molte altre istanze, tra cui quelle della comunità LGBTQIA+.

Questi movimenti vengono associati alla cancel culture, per errore o per inquinare il racconto, creando confusione e impoverendo il dibattito sulla rappresentazione dei gruppi sociali storicamente svantaggiati che, invece, hanno bisogno di trovare le parole per essere rappresentati.

In Italia facciamo molta fatica ad accettare che il linguaggio sia già cambiato, lo vediamo dalla difficoltà nell’uso dei femminili professionali e di formule espressive che non contengano il maschile sovraesteso.

La resistenza al cambiamento è forte, spesso mascherata dalla difesa della lingua quando, in realtà, si tenta di proteggere determinato ordine sociale e di potere.

Poi, abbiamo dei dati che riescono a stupurci. Secondo una ricerca riportata da Laborability, il 75% delle persone dipendenti assunte nelle imprese italiane prenderebbe in considerazione di cambiare azienda se scoprisse l’assenza di politiche DEI (diversità, equità e inclusione), mentre, uno su tre riconosce il miglioramento che la propria organizzazione ha raggiunto su questi temi.

La sensibilità aumenta insieme alla domanda di strumenti e competenze per comprendere come e in che modo agire sul linguaggio all’interno dei luoghi di lavoro.

Con questa serie di articoli, la mia intenzione è di fornire una prima risposta a quella domanda che richiede percorsi di formazione e un punto di vista differente sulla comunicazione interna e esterna.

#LiberǝDiEssere, una rubrica sul linguaggio

Parlando con le persone mi sono resa conto che manca la conoscenza delle parole e dei concetti che determinano il perimetro delle discriminazioni linguistiche e sociali , quel vocabolario utile a riconoscere e risolvere le formule espressive obsolete e offensive.

Una serie di articoli, dunque, nasceranno intorno a un glossario e ai principi transfemministi che stanno alla base di una visione globale delle discriminazioni e lavorano con l’intento di risolverle tutte.

Ogni articolo affronterà una parola o un concetto, con definizione, contesto, esempi pratici e strumenti per agire; non pensare a un dizionario accademico, quella che trovarai qui è, piuttosto, una guida per chiunque voglia muoversi con maggiore consapevolezza all’interno della comunicazione ampia e dentro la vita quotidiana.

#LiberǝDiEssere è il nome della rubrica sulle discriminazioni che porto avanti da oltre tre anni su Linkedin insieme a un piccolo gruppo di professioniste; in questo lungo periodo abbiamo coinvolto molte persone nel dibattito ed è arrivato il momento di uscire dalla piattaforma con nuovi formati.

Nei prossimi articoli tratteremo i primi cinque vocaboli/concetti:

  • il male gaze e la sindrome dell’ape regina;
  • mansplaining e microaggressioni;
  • l’abilismo e il linguaggio della disabilità;
  • le offerte di lavoro e la comunicazione ampia;
  • gaslighting, tokenismo e il privilegio invisibile.

 

Se stai pensando di portare questi temi in azienda — attraverso la formazione, una revisione della comunicazione interna o un percorso di consulenza — contattami anche solo per condividere dei dubbi o ricevere informazioni.

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    Scrivo di linguaggi umani e studio la comunicazione inclusiva per aiutare i brand a incontrare tante persone diverse.

    Mi appassiona la visione d'insieme e la creatività che nasce da analisi e dati. Credo nella comunicazione che abbarccia la varietà umana e diventa fonte di ispirazioni, come quelle che ho ricevuto viaggiando. L'incontro con culture diverse mi ha insegnato a contaminare le mie certezze per non sentirmi mai troppo al sicuro e restare disponibile al cambiamento.