C’è una credenza condivisa da molte persone convinte che il sessismo si manifesti sempre con una modalità esplicita, di solito verbalmente violenta e discriminatoria, ma non è l’unico schema che conosciamo.
Il nostro modello culturale ha imposto una visione dell’universo femminile molto ben definita e ci ha educato a rappresentarla nei desideri, nelle gerarchie di potere che consideriamo normali e nel modo di osservare e interpretare il ruolo delle donne nei vari ambiti della vita. È una visione che si autoalimenta, permettendo al patriarcato di funzionare nonostante lo scorrere del tempo e i cambiamenti della società.

Coinvolte in questa visione del femminile troviamo anche le donne, educate a riprodurre su di sé lo sguardo patriarcale, a volte giudicando altre donne con la stessa durezza ricevuta in passato, o entrando in competizione per ottenere legittimazione maschile; è un atteggiamento che non dovrebbe stupirci se abbiamo la consapevolezza che nessuna persona può crescere al di fuori delle proprie radici culturali.

Comprendere il male gaze, lo sguardo maschile che svilisce il valore delle donne, e la sindrome dell’ape regina, ci serve per interrogare i meccanismi interiorizzati che ci attraversano e provare a liberarci.

Definizione

Il termine male gaze — sguardo maschile — è stato elaborato da Laura Mulvey — critica cinematografica e regista britannica — nel 1975, all’interno del saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema, per descrivere il modo in cui tutta la cultura visiva, dal cinema alla pubblicità (che usa corpi femminili per vendere qualsiasi cosa), comunicava le donne come oggetti da osservare, desiderare e valutare per compiacere lo spettatore maschio eterosessuale, invece di rappresentarle come soggetti che a loro volta osservano.

La cultura visiva rispondente ai modelli dominanti, nel tentativo di rafforzarli, riesce a incidere sull’immaginario femminile, educando le donne a guardarsi dall’esterno, come se il proprio valore dipendesse unicamente da come si viene interpretate.

Nella teoria originale, il male gaze si articola su tre livelli, tutti abitati da maschi:

  • lo sguardo di chi sta dietro alla macchina da presa (storicamente un uomo);
  • lo sguardo dei personaggi maschili all’interno del film;
  • lo sguardo dello spettatore, invitato a guardare l’opera attraverso gli occhi del protagonista maschile.

Dal cinema prende vita un modello visivo che ha educato chiunque a guardare le donne attraverso un filtro maschile, eterosessuale e sessualizzante, obbligandole a un’esistenza di costante sorveglianza da parte degli uomini, delle altre donne e di loro stesse che, attraverso la mitizzazione della bellezza, esasperata dal marketing delle aziende di prodotti per la cura del corpo, passano la maggior parte del loro tempo di veglia a osservare parti del proprio fisico, sempre preoccupate che qualcosa possa andare fuori posto. Una sorta di schiavitù auto-inflitta esasperata dall’arrivo delle piattaforme social e che la società e le istituzioni non sono ancora riuscite a far diventare un tabù.

Come funziona nella vita quotidiana

Condivido volutamente una semplificazione di emozioni e situazioni con un semplice elenco, per dare modo a chiunque di poter riconoscere facilmente qualcosa che ha vissuto o a cui ha assistito. Il male gaze si manifesta quando:

  • le donne pensano al proprio corpo prima ancora di pensare alle proprie emozioni;
  • sentono di dover essere desiderabili anche quando sono stanche, tristi o malate;
  • il valore femminile viene associato alla giovinezza, alla magrezza, alla disponibilità;
  • le donne che vengono premiate sono quelle capaci di rassicurare il potere maschile, mentre vengono punite quelle che lo mettono in discussione.

All’interno di questa visione, possiamo distinguere diversi livelli di impatto sulle donne; bell hooks — pseudonimo di Gloria Jean Watkins, attivista, scrittrice e femminista —, ha mostrato come questi modelli, oltre a rappresentare una prigione per qualsiasi donna, siano anche profondamente razzisti; gli standard estetici dominanti, infatti, restando legati alle persone bianche, marginalizzano i corpi neri e creano una gerarchia di potere anche nella desiderabilità.

Per questo motivo possiamo dire che il male gaze non colpisce tutte allo stesso modo; etnia, classe, età, corpo e sessualità cambiano radicalmente le modalità con cui si viene guardate e trattate, stimolando nelle donne una corsa alla performatività estetica estrema, in grado di influire negativamente sulla qualità della loro vita e sulla serenità mentale.

E quando in una donna convivono più caratteristiche discriminatorie, ad esempio, sessismo, razzismo e ageismo, siamo di fronte a tre oppressioni, una sovrapposizione che Kimberlé Crenshaw — giurista e attivista statunitense — ha definito intersezionalità.

La sindrome dell’ape regina: sopravvivere dentro un sistema ostile

La sindrome dell’ape regina è inquadrata come concetto psicologico usato per rappresentare una caratteristica della personalità che emerge solitamente nei contesti sociali e lavorativi performativi, dove le persone vengono spinte a competere invece che a cooperare.

Quando una donna ottiene una posizione di potere, nei contesti descritti, è facile che si consumi la sindrome all’interno delle dinamiche patriarcali, quella visione del potere, tutta maschile, di chi guida un gruppo attraverso la prevaricazione, la limitazione dell’autonomia, la manipolazione.

Come spiega Giulia Paganelli, antropologa dei corpi, nella sua newsletter, la donna non percepisce la propria posizione come un diritto e un merito, ma come un’eccezione concessa dal maschio alfa di turno, un’illusione che la porta a sentirsi un’eletta e, di conseguenza, a dovere dimostrare maggiore lealtà rispetto a chiunque altro. Con la necessità quotidiana di performare fedeltà, la donna diventa più rigida e spietata dei colleghi maschi.

Una delle cause principali che fanno da innesco a questo tipo di situazioni è la mancanza di opportunità, per le donne, nel mercato del lavoro; come ci raccontano i dati ISTAT, nel nostro paese solo il 53% circa delle donne ha un lavoro, e per molte di loro si tratta di un part time involontario, creato, dunque, dalla scelta ideologia delle aziende che ancora lo affidano più spesso alle donne, piuttosto che agli uomini, o dalla necessità di dedicare una parte della giornata al lavoro di cura (figli, genitori o famigliari con problemi di salute, ecc.) che le donne svolgono gratuitamente da sempre, restando vittime economiche, di partner o famigliari, a cui si prospetta una vecchiaia di povertà.

La donna-scudo

Parlando della figura di Ghislaine Maxwell nel rapporto con Jeffrey Epstein, Paganelli introduce il concetto di donna-scudo spiegando che nel momento in cui la donna viene investita di potere, concesso dal maschio dominante, adotta il suo sguardo predatore, un passaggio che l’autrice chiama ‘male gaze elevato a sistema gestionale’. La donna che acquisisce una posizione dominante protegge quel territorio abitandolo con le regole apprese dall’uomo, consapevole di essersi emancipata dal ruolo di sottomessa e, nel caso di Maxwell, anche di vittima.

Prede di questo meccanismo contorto, le donne in determinati ruoli godono di ampissimi privilegi che le fanno sentire intoccabili, mentre assumono su di loro le responsabilità di chi le ha investite di potere per salvarsi.
In questi casi, così come è accaduto a Maxwell, esiste una strategia di uscita preparata dal boss in tempi non sospetti, pronta per essere attuata quando gli uomini al potere sono in pericolo. Più che api regine, dunque, sono vittime sacrificali che per un tempo più o meno lungo, hanno vissuto l’illusione della condivisione del potere che non si realizza fino in fondo quasi mai.

Alcune di loro accettano questo disastro annunciato per proteggere l’unica versione di sé che il mondo considera potente, un pensiero nato da quello sguardo maschile — male gaze — ormai perfettamente introiettato.

In ambienti dominati dagli uomini, con scarse opportunità lavorative e di carriera, è facile sviluppare la sindrome dell’ape regina, caratterizzata da alcune imprescindibili regole di sopravvivenza:

  • differenziarsi dalle altre donne;
  • mostrarsi come eccezioni;
  • prendere le distanze dal femminile;
  • aderire alle norme del potere maschile.

C’è poi un’altra questione che vale la pena analizzare, in quanto legata al linguaggio e al nostro modo di interpretare il mondo.

La sindrome per le donne, competizione per i maschi

Senza negare le dinamiche psicologiche esposte sino a qui, vorrei sottolineare quanto il male gaze incida anche sull’interpretazione data alle diverse condotte tra uomo e donna.
Sarai d’accordo con me sull’esistenza di un’asimmetria narrativa quando il racconto di un uomo che ostacola un collega, viene decodificato come un normale atteggiamento, parte della sana competizione professionale e, in qualche modo, naturale espressione di attaccamento al lavoro e ai risultati.

Se è una donna a diventare assertiva e competitiva, come abbiamo visto, l’atteggiamento viene psicologizzato e ci ritroviamo a parlare di una sindrome; questa differenza è essa stessa male gaze e ci spinge nel rischio di trasformare un problema strutturale — la scarsità di spazio concessa alle donne nei luoghi di potere — in un presunto difetto relazionale femminile.

In altre parole, il sistema crea una competizione verticale e accessibile a poche donne — spesso, non per competenza, ma in funzione di quanto rassicurano l’ordine esistente —, che dovranno gestirla mentre la società racconta quell’antagonismo come una loro patologia.

È bene ricordare che lo sguardo di cui stiamo parlando riguarda il corpo femminile ma anche la costruzione simbolica della femminilità accettabile; le donne vengono educate a essere collaborative, accudenti, concilianti e quando escono da questo ruolo, il loro comportamento appare anormale.

Come spiegava bell hooks, il patriarcato non si evidenzia nell’odio degli uomini contro le donne, piuttosto, in un sistema costruito su ruoli rigidi, che punisce chi rompe quello schema. Come fa una donna impegnata nello sviluppo della sua carriera, ma cresciuta all’interno di una struttura sociale che l’ha educata alla scarsità di opportunità, alla paura di non farcela e alla frammentazione del percorso di vita, tra carichi di cura e discriminazioni lavorative. Un fardello enorme posto sulla schiena di quelle donne che provano a sfidare le regole.

Come riconoscere l’ape regina

Senza generalizzare troppo e con l’obiettivo di imparare a orientarsi in questa dinamica per comprenderla più a fondo, è possibile evidenziare alcuni atteggiamenti comuni nelle persone che restano intrappolate nella sindrome:

  • valutare le colleghe in modo più critico rispetto ai colleghi maschi, a parità di performance;
  • non sostenere o boicottare attivamente le candidature di altre donne a posizioni senior;
  • relazionarsi quasi esclusivamente con colleghi maschi, costruendo alleanze solo in quella direzione;
  • usare un linguaggio svalutante verso le collaboratrici (‘troppo emotiva’, ‘non abbastanza assertiva’, ecc.);
  • minimizzare o ridicolizzare tematiche femministe o di inclusione di genere.

Se hai attraversato diverse esperienze professionali, ti sarà capitato di vivere questi atteggiamenti, direttamente o indirettamente, appartenenti tanto alle nostre api regine, quanto agli uomini con più o meno potere, di cui raccontiamo la competizione, invece di una sindrome.

Quando l’oppressione viene interiorizzata

Frantz Fanon — psichiara, antropologo e filosofo —, in Pelle nera, maschere bianche, spiega che il dominio coloniale controlla i corpi e l’immaginario delle persone oppresse che finiscono per interiorizzare lo sguardo del dominatore, un meccanismo che riguarda anche il patriarcato come sistema di potere intrecciato ad altre gerarchie (colonialismo, capitalismo, razzismo).

Quando una donna giudica un’altra donna perché troppo emotiva, ambiziosa, seduecente o arrabbiata, spesso sta riproducendo criteri di lettura della realtà costruiti dal sistema nel quale vive.

Audre Lorde — poetessa, scrittrice e attivista statunitense —, nel 1979, introdusse un concetto fondamentale, riferito al fatto che gli strumenti del padrone non avrebbero mai smantellato la casa del padrone — ampliato nel saggio Sorella outsider (1984) —, una critica ai movimenti femministi dell’epoca che escludevano le donne nere e povere, riproponendo di fatto una gerarchia di potere.
Dunque, se per essere accettate le donne devono modellare il proprio comportamento sulla crudeltà del sistema, il sistema rimane intatto. Il famoso ‘soffitto di cristallo’ che le attuali donne al potere, hanno sfondato all’interno di un sistema di privilegi che ha permesso loro di arrivare, restando, però, inaccessibile alla maggioranza delle altre donne.

Lo schema al quale risponde la società — e che usiamo per formare il nostro sguardo sul mondo — ci indica chi merita attenzione, come appare una donna autorevole, chi viene considerata bella, competente, rispettabile, e chiunque si trovi fuori da questi modelli non può partecipare alla partita, di qualsiasi gioco si tratti. Sono automatismi che dobbiamo mettere in discussione per evitare di continuare a riprodurli anche quando la direzione del nostro sguardo sta cambiando.

Una delle difficoltà più grandi nell’acquisire consapevolezza di questi automatismi, è il senso di colpa provocato dal sentirsi complice di un sistema ingiusto, da cui si cerca di scappare; per questo molte persone reagiscono negando stereotipi, discriminazioni e sessismo, introiettati dalla nascita ma difficili da riconoscere nel proprio atteggiamento, in quanto apparentemente naturali.

Strategie per il cambiamento

Per costruire identità e narrazioni di brand, sono abituata a usare le domande che, per chi lavora con me, diventano potenti inneschi di consapevolezza e, qualche volta, di cambiamento. Se vuoi iniziare a scalfire la superficie della tua mente, per capire fino a che punto è ancora colonizzata, ti propongo alcune domande da usare come strumenti per raggiungere la profondità.

  • Perché alcune donne ti infastidiscono più di altre?
  • Quali corpi consideri automaticamente professionali, eleganti, credibili?
  • Perché tendi a rispettare di più chi si avvicina ai modelli dominanti?
  • Quanto del tuo valore dipende dall’approvazione esterna?
  • Stai cercando libertà o accettazione?

Il femminismo e il transfemminismo ci insegnano che la trasformazione non nasce dalla purezza morale, ma dalla capacità di guardare criticamente ciò che abbiamo interiorizzato, mantenendo la lucidità di osservare come la cultura patriarcale sia visibile nei riflessi automatici, nelle asimmetrie emotive che ci appaiono normali, nel modo in cui guardiamo il mondo e le variegate caratteristiche delle persone.

Questo è il motivo per cui un cambiamento culturale risulta tanto difficile da realizzarsi perché non riguarda una legge da modificare per renderla più efficace, ma la trasformazione del nostro immaginario, da costruire con l’educazione a nuovi modelli culturali di società e di relazione.

In quanto donne, riconoscere il nostro sguardo maschile ci aiuta a comprendere quanto profondamente la sete di potere possa abitare anche chi lo subisce, una consapevolezza da usare per smettere di guardarci con gli occhi del sistema che ci ha insegnato a giudicarci così duramente.

Come contrastare il male gaze nei luoghi di lavoro

Il primo passo è certamente riconoscere questo sguardo maschile all’interno delle aziende, con serenità e senza giudizio, evitando di maturare inutili sensi di colpa verso gli effetti di un modello culturale che non abbiamo creato noi, ma che possiamo contribuire a cambiare.

Il secondo passo consiste nel decidere che direzione dare alle parole; descrivere le persone per quello che fanno e dicono, non per come appaiono, usare formule linguistiche più ampie e rappresentative della varietà umana e notare se, nelle espressioni quotidiane, si usano aggettivi diversi per descrivere lo stesso comportamento in uomini e donne.

Il terzo passo riguarda sempre le parole, quelle della comunicazione interna ed esterna; mettere mano ai testi delle offerte di lavoro, a quelli destinali alla comunità aziendale e alle presentazioni, con l’intento di renderli più aperti, rappresentativi e rispettosi, privilegiando la chiarezza a inutili giri di parole.

Il quarto passo riguarda la cultura aziendale, la visione del mondo del lavoro che sostiene l’impresa e si materializza in chi accede al microfono durante le riunioni, nelle persone che vengono interrotte, in quelle che è consuetudine citare o lasciare fuori. Per fare in modo che le donne — e qualsiasi persona appartenente a un gruppo sociale svantaggiato — non debbano competere per uno spazio ristretto, è necessario cambiare prospettiva e ampliare lo sguardo con l’obiettivo di contenere all’interno tutte le persone che lavorano in azienda, con le loro caratteristiche uniche e speciali.

Uno strumento fondamentale per realizzare un processo di trasformazione concreto è la formazione destinata a tutta la comunità aziendale, per dare a chiunque — non solo al management — la possibilità di ricevere informazioni sui meccanismi del bias di genere e sul male gaze interiorizzato, agevolando il cambiamento attraverso la consapevolezza.

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    Scrivo di linguaggi umani e studio la comunicazione inclusiva per aiutare i brand a incontrare tante persone diverse.

    Mi appassiona la visione d'insieme e la creatività che nasce da analisi e dati. Credo nella comunicazione che abbarccia la varietà umana e diventa fonte di ispirazioni, come quelle che ho ricevuto viaggiando. L'incontro con culture diverse mi ha insegnato a contaminare le mie certezze per non sentirmi mai troppo al sicuro e restare disponibile al cambiamento.