Perché parlare ancora di mansplaining e microaggressioni? Ultimamente ne ho scritto anche in un e-book nato da una mini rubrica, prodotta per Linkedin, che mi è servita per osservare questo tipo di discriminazioni all’interno dei luoghi di lavoro e condividere qualche consiglio per migliorare. Trovi il link per scaricarlo alla fine di questo articolo.

La domanda, dunque, è lecita e l’unica risposta onesta che posso darti riguarda la mancanza di consapevolezza: dobbiamo parlarne perché non le riconosciamo, sono aggressioni verbali normalizzate a cui la maggior parte delle donne non reagisce — o non sa come reagire — nonostante il disagio.
Il mio intento è aiutare le persone a trasformare la percezione in conoscenza e comprensione di quella realtà verbale ogni volta che si manifesta; perché questo accada, è necessario parlarne e rendere visibili le trappole verbali e le manipolazioni utilizzate da chi di queste pratiche abusa quotidianamente.

Esiste ancora il sessismo?

Di fronte alle grandi conquiste ottenute dai movimenti femministi negli ultimi decenni, molte persone sono portate a pensare che il sessismo appartenga ormai al passato o che sopravviva soltanto nelle sue manifestazioni più estreme. Eppure, nelle conversazioni di tutti i giorni, negli uffici, nelle università e persino nelle relazioni personali, continuano a operare meccanismi più sottili che contribuiscono a mantenere profonde disuguaglianze di genere. Tra questi, il mansplaining e le microaggressioni rappresentano due delle pratiche più diffuse e difficili da riconoscere del sessismo contemporaneo.

Quando si parla di discriminazioni di genere l’immaginario collettivo tende a concentrarsi sugli episodi più evidenti: insulti, catcalling, molestie, esclusioni deliberate o disparità salariali, distogliendo lo sguardo da quei comportamenti apparentemente innocui che, ripetuti nel tempo, finiscono per influenzare la percezione di sé, il riconoscimento professionale e la partecipazione alla vita pubblica di milioni di donne.

Il mansplaining e le microaggressioni solo occasionalmente si manifestano attraverso l’ostilità aperta, anzi, spesso si presentano sotto forma di consigli non richiesti, spiegazioni paternalistiche, battute, commenti o atteggiamenti che possono sembrare insignificanti a chi li mette in atto, mentre hanno un impatto pesante sull’autostima e sulle possibilità di emancipazione di chi li riceve.

Comprendere questi fenomeni serve a chiarire il funzionamento delle relazioni di potere nella vita quotidiana e a interrogarsi su come il sessismo si sia trasformato, assumendo forme meno esplicite ma non per questo meno efficaci.

Quando il potere si manifesta con una spiegazione

Il termine mansplaining nasce dalla fusione delle parole inglesi man e explaining e si è diffuso nel dibattito pubblico a partire dagli anni Duemila grazie alla scrittrice americana Rebecca Solnit, che ha contribuito alla sua diffusione con il saggio Men explain things to me — tradotto in italiano da Ponte alle grazie, e uscito con il titolo Gli uomini mi spiegano cose —, all’interno del quale racconta episodi di vita vissuta, nei quali ha subito le spiegazioni da parte di diversi uomini su argomenti che lei stessa aveva studiato e pubblicato libri.

Chiariamo subito un punto: scambiarsi spiegazioni non è un atto problematico, al contrario, è parte integrante della comunicazione umana; diventa disturbante o potrebbe complicarsi, quando accade all’interno di relazioni soggette a gerarchie di potere.

Il mansplaining è considerato una forma di discriminazione perché nasce dalla presunzione che la donna abbia carenze conoscitive, indipendentemente dalle sue competenze, dalla sua esperienza o dal suo ruolo professionale.

Si tratta di una dinamica che molte donne riconoscono immediatamente, ad esempio, quando una professionista viene istruita da un collega meno qualificato sul funzionamento del proprio settore. Accade quando una ricercatrice deve ascoltare una lezione improvvisata sul tema che insegna da anni, o quando una donna esprime un’opinione e si vede rispondere con una spiegazione che ignora completamente il suo livello di conoscenza.

Ho visto uomini criticare questa pratica inconsapevoli di metterla in atto con una certa frequenza, scambiandola come un modo di essere disponibili e collaborativi. Prendere coscienza e correggere il proprio atteggiamento modifica il messaggio implicito che trasmette, per cui l’autorità e la competenza appartengano naturalmente agli uomini, lasciando le donne nella posizione di dover dimostrare continuamente il proprio valore.

Conoscere questo fenomeno è fondamentale per saper distinguere chi sta cercando in maniera genuina di sostenere, da chi, con quella spiegazione, sta difendendo l’assimetria di potere.

Esempio di mansplaining

Dopo aver vinto il suo primo Grande Slam nel torneo Rolland Garros del 2018, la tennista ed ex numero uno del mondo Simona Halep, si è ritrovata in conferenza stampa con un giornalista che le ha spiegato come avrebbe dovuto gestire tatticamente e psicologicamente i match successivi.
Un esempio di mansplaining da manuale applicato allo sport d’élite, con un uomo privo di esperienza sul campo che ha sentito il bisogno di impartire una lezione di strategia e gestione emotiva a una campionessa del mondo subito dopo il suo trionfo più importante.

Le origini di un’assimmetria

Per secoli alle donne è stato negato l’accesso all’istruzione, alle professioni intellettuali e ai luoghi decisionali, lasciando la produzione della conoscenza completamente nelle mani degli uomini che sono poi diventati figure di riferimento nella scienza, nella politica, nella filosofia e nella cultura.

Anche se oggi le donne occupano ruoli di primo piano in tutti i settori della società, molte rappresentazioni culturali continuano a essere influenzate da quell’eredità storica fatta di stereotipi che associano la razionalità, la leadership e la competenza tecnica al genere maschile, mentre attribuiscono alle donne qualità legate principalmente alla cura, all’emotività o alle relazioni interpersonali.

Sono stereotipi che agiscono a livello inconscio come un’aspettativa implicita dell’inferiorità femminile, il cui seme germoglia nella vita degli uomini quanto in quella delle donne, influenzandone i comportamenti.

Il mansplaining rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa eredità culturale che riproduce una gerarchia simbolica attraverso il linguaggio e assegna maggiore credibilità a chi parla e minore autorevolezza a chi ascolta.

Che cosa raccontano di noi le parole? Per rispondere a questa domanda ti lascio il video di un intervento di Michela Murgia che amplia il discorso sul linguaggio di potere e fornisce alcune risposte chiare sui motivi per cui dobbiamo cambiare.

Cosa sono le microaggressioni

Se il mansplaining può essere considerato una forma specifica di discriminazione verbale, le microaggressioni costituiscono una categoria più ampia che allarga la platea di chi le riceve.

Il termine fu introdotto negli anni Settanta dallo psichiatra Chester M. Pierce per descrivere i messaggi svalutanti e discriminatori rivolti quotidianamente alle persone nere negli Stati Uniti. Con il tempo il concetto è stato esteso ad altre forme di oppressione legate al genere, all’orientamento sessuale, alla disabilità, alla religione o all’origine etnica.

Le microaggressioni sono comportamenti, parole o atteggiamenti che comunicano pregiudizio, ostilità, svalutazione o esclusione verso una persona appartenente a un gruppo sociale marginalizzato e sono difficili da riconoscere, non essendo quasi mai offese esplicite.
In alcuni casi, la persona che le riceve percepisce di essere stata attaccata ma se prova a chiedere spiegazioni la sua reazione viene evidenziata come esagerata, di fronte a quella che era solo una battuta, un commento o un’innocua osservazione.

La violenza verbale quotidiana

Gli aspetti più difficili da comprendere per chi non sperimenta direttamente queste situazioni sono due:

  • il primo riguarda lo spazio di legittimità così ristretto che risulta difficile fare carriera, ma anche solo stare bene;
  • il secondo riguarda il carattere cumulativo della discriminazione.

Preso singolarmente, un episodio di mansplaining o una microaggressione possono sembrare irrilevanti: una spiegazione non richiesta, un’interruzione, una battuta sessista o un commento paternalistico sappiamo che prima o poi ci capiterà, in quanto patrimonio culturale. Se l’episodio è circoscritto, si fa notare alla persona e si cerca di proseguire preservando la relazione: il problema emerge quando questi episodi si ripetono quotidianamente.

Immaginiamo una professionista — donna o persona appartenente a un gruppo storicamente svantaggiato — che durante ogni riunione venga interrotta più volte da persone in posizione privilegiata, o una studentessa che debba continuamente dimostrare di meritare il proprio posto in un corso di ingegneria, oppure una dirigente le cui decisioni vengano messe in discussione con una frequenza significativamente maggiore rispetto a quella dei colleghi maschi, bianchi, etero.

Un singolo episodio non è mai sufficiente per indicare una discriminazione e anche l’impatto sulla persona che lo riceve sarà contenuto: è nella ripetizione quotidiana degli eventi che andranno a edificarsi conseguenze profonde.

L’esposizione ripetuta alle microaggressioni ha un impatto sulla salute

Numerose ricerche mostrano che l’esposizione costante a forme sottili di discriminazione può generare stress, ansia, senso di isolamento e riduzione della fiducia nelle proprie capacità. Di seguito trovi due studi tra i più autorevoli:

Immagina il carico cognitivo quotidiano dovuto al fatto di vivere in allerta, doversi continuamente difendere e spiegare il motivo per cui quella situazione è problematica; parliamo di un peso che la maggior parte degli uomini — e delle persone in posizioni di potere — non è costretto a sostenere.

Ogni volta che le donne o altre persone svantaggiate, vengono accusate di essere troppo sensibili, di non avere senso dell’umorismo o di interpretare male le intenzioni altrui, si sta spostando la discussione dalle responsabilità di chi ha messo in pratica mansplaining o microaggressioni, al carattere di chi le riceve.

Comprendere queste dinamiche, soprattutto nei luoghi lavoro, serve a scardinare quelle disuguaglianze strutturali che impediscono una reale parità di diritti e trattamento tra uomini e donne, indipendentemente dalla provenienza, dall’identità di genere, dal ceto sociale, dal colore della pelle, dalle caratteristiche fisiche.

Una questione di potere

Abbiamo poi una dimensione politica da valutare, che riguarda la distribuzione del potere simbolico nella società, di solito concentrato nelle mani degli uomini, ma in generale di persone che godono di privilegi — dati dal denaro o dalle reti di relazioni —, il cui comportamento è palesemente patriarcale.
Si tratta di un piano di credenze inconscio, per cui ogni persona conosce a priori le caratteristiche di chi verrà ascoltata, creduta e considerata competente, mentre tutte le altre persone avranno il compito quotidiano di dimostrare il proprio valore.

Tra di loro, ci sarà chi vive più discriminazioni insieme, come ci insegna il di internazionalità, grazie al quale possiamo evidenziare quanto le esperienze delle donne — ad esempio — non siano tutte uguali ma influenzate da fattori come provenienza, classe sociale, orientamento sessuale o disabilità, che possono amplificare le forme di esclusione.

Una donna nera, una migrante o una con disabilità possono essere esposte a forme di mansplaining e microaggressioni che combinano il sessismo ad altri sistemi di oppressione.

Un esempio di mcroaggressione

Durante la presentazione del libro di Francesca Fagnani il 18 luglio 2026, Gigi Marzullo
chiese all’autrice se non avesse avuto figli per scelta o per motivi di salute.
Un’aggressione della vita privata di Fagnani che il conduttore si è sentito in diritto di poter agire, rivendicandola anche di fronte alla spiegazione, da parte dell’autrice, sul perché quella domanda risultasse problematica.
In questa microaggressione sono due gli aspetti da evidenziare:

  • l’autrice era lì per presentare un libro, non per parlare di sé;
  • porre una questione così delicata e privata, manifesta una mentalità anacronistica e patriarcale che vede nella maternità il primo ruolo della donna, senza considerare le caratteristiche della persona in questione. Se al posto di Fagnani ci fosse stato un uomo, il conduttore non avrebbe posto quella domanda.

L’autrice ha dovuto fare appello a tutta la lucidità e alla prontezza necessarie a rispondere correttamente a un’invasione della sfera privata e a un attacco (imprevisto) al proprio ruolo sociale in quanto donna. Ricordi il carico cognitivo menzionato qualche riga fa?

Anche Fagnani, nonostante l’abitudine a parlare in pubblico e a gestire situazioni complesse, ha avuto un attimo di smarrimento, dal quale si è rispesa subito, rispondendo a tono; cosa accade, invece, alle donne, ogni giorno, negli uffici pieni di manager vecchia scuola patriarcale che soffrono di incontinenza verbale e da cui dipende quell’impiego?

C’è un incantesimo da spezzare nella mente delle persone, che ha permesso la normalizzazione delle microaggressioni.

In questo video puoi vedere la reazione dell’autrice e l’insistenza di un presentatore completamente incapace di abitare il suo tempo, che insiste, nonostante le critiche arrivino anche dal pubblico.

Gli effetti cognitivi della manipolazione del linguaggio

Sai cos’è un frame? George Lakoff ha dimostrato che ogni parola attiva un frame, uno schema cognitivo preesistente che include assunzioni, valori e relazioni causali.

Quando si attiva, le informazioni incompatibili con esso non vengono elaborate criticamente ma filtrare da un intero sistema di presupposizioni che chi ascolta accetta senza esserne consapevole.

In 1946, Orwell aveva anticipato questo meccanismo, mostrando come il linguaggio politico fosse progettato per rendere accettabile ciò che diversamente provocherebbe un rifiuto.

Nel 2002, in The blank slate, Steven Pinker descrive l’eufemismo treadmill, quel dispositivo linguistico per cui, quando il primo eufemismo tende a caricarsi di connotazioni negative — come spesso accade alle parole abusate — ne subentra uno nuovo simulando un rinnovamento del linguaggio che, però, mantiene intatta la realtà verbale per chi rimane in preda della manipolazione.

In altre parole, per alterare la realtà si sceglie un eufemismo e quando con la ripetizione si deteriora, viene sostituito con uno nuovo che crea l’illusione del cambiamento. La ripetizione di un frame in contesti autorevoli e diversificati abbassa progressivamente la soglia di allerta critica, una scorciatoia semantica utilizzata dal cervello quando deve processare un grande numero di informazioni.

La manipolazione linguistica sfrutta esattamente questo meccanismo fisiologico, disseminando eufemismi e assunzioni, dentro le parole, prima che il ragionamento conscio entri in gioco. Il risultato è che le categorie con cui pensiamo la realtà vengono selezionate da chi detiene un potere, ma le abitiamo come se fossero nostre.

Il problema non è mai nella parola ma nella realtà che si vuole nascondere: finché quella realtà esiste, l’eufemismo ha il compito di posticiparla, spostandola un gradino più in là nella catena semantica.
Come indica Lakoff, avere consapevolezza del meccanismo non è sufficiente per neutralizzarlo ma è il presupposto necessario per cominciare a esercitare una lettura critica del linguaggio che riceviamo ogni giorno dai media, nei luoghi di lavoro, nelle piattaforme digitali.

Se ci dicono che il patriarcato non esiste, quando riceviamo un commento sessista mettiamo in dubbio gli strumenti per affrontarlo; allo stesso modo, se i movimenti femministi vengono invalidati con un racconto di falsità, si crea una confusione tale che quando incrociamo una micronesiane non sappiamo come reagire.

Non è un caso che le parole patriarcato e femminismo vengano continuamente messe in discussione da chi ha l’interesse a mantenere i gruppi svantaggiati in quella posizione, facendo appello a un supposto bisogno di usare parole nuove.

Cosa fare se si riceve una microaggressione

Per prima cosa chiediti come stai e allontana il sentimento di obbligo che ti spinge a rispondere, con la consapevolezza che stai subendo una violenza, e il fatto che sia verbale non la sminuisce, non la assolve, non la rende meno gravosa per chi la subisce.

Affrontare questo tipo di situazioni richiede impegno, reagire amplifica quello sforzo.
Per questo motivo, è saggio capire quanto è importante quella persona e se vale la pena di una fatica emotiva e cognitiva.
Se senti di avere l’energia per rimanere in quella conversazione, puoi aprire un confronto con l’altra persona per farle capire la natura dell’aggressione.

Oppure, puoi interagire chiedendo chiarimenti, è una risposta all’attacco che — quasi sempre — costringe le persone a riflettere sul linguaggio e sui modelli culturali che lo hanno prodotto.

Rendere visibili queste dinamiche equivale a riconoscere che il rispetto e l’uguaglianza si costruiscono anche nelle conversazioni, nei luoghi di lavoro, nelle aule universitarie e nelle relazioni personali, oltre che con le leggi e una visione alternativa di società.

Viviamo in un’epoca che chiede maggiore consapevolezza e inclusione, nonostante le contraddizioni, ma che fa fatica ad andare oltre alle parole mettendo in pratica dei comportamenti nuovi che favoriscano il rispetto per ogni singola persona e una convivenza serena.

Fare la propria parte richiede un insieme di piccoli gesti quotidiani che possono contribuire a modificare la cultura di un intero gruppo:

  • restituire la parola a una collega che è stata interrotta;
  • riconoscere pubblicamente il contributo di una donna in un progetto;
  • mettere in discussione gli stereotipi sessisti.

Sono azioni alla portata di chiunque ambisca a vivere in una società più equa, sicura, felice.

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Riconoscere il linguaggio che ferisce, dentro e fuori dai luoghi di lavoro

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Scrivo di linguaggi umani e studio la comunicazione inclusiva per aiutare i brand a incontrare tante persone diverse.

Mi appassiona la visione d'insieme e la creatività che nasce da analisi e dati. Credo nella comunicazione che abbarccia la varietà umana e diventa fonte di ispirazioni, come quelle che ho ricevuto viaggiando. L'incontro con culture diverse mi ha insegnato a contaminare le mie certezze per non sentirmi mai troppo al sicuro e restare disponibile al cambiamento.